Medici 118 in subbuglio

Medici 118 in subbuglio. Stabilizzazione in convenzione richiesta prevalente

6 settembre 2018

Regioni virtuose come Toscana ed Emilia Romagna e altre in deficit come Campania e Sicilia hanno un punto comune: da due lustri, in toto o a livello di singole Asl non fanno i corsi per i medici del 118. Le conseguenze? Carenze, nessuna stabilizzazione, lamentele per i pronti soccorso deserti – già, le scuole universitarie diplomano pochi medici specialisti in urgenza e il turnover langue – e utilizzo sul territorio di infermieri in compiti “borderline”. Ce n’era abbastanza per un’estate calda. In agosto in Toscana Nicola Marini del Sindacato Medici Italiani regionale ha chiesto di sospendere la sperimentazione dell’Infermiere di Famiglia e Comunità ex delibera 597/18e di istituire un tavolo di confronto con sindacati medici e infermieristici e ordini, denunciando che in Regione i corsi di 300 ore di idoneità all’Emergenza territoriale sono bloccati da 10 anni. Anche in alcune Ausl dell’Emilia Romagna come Parma -dove all’ultimo bando di Ps sono mancati i concorrenti – Snami osserva che da oltre 10 anni mancano corsi obbligatori per l’emergenza. Scendendo al Sud -in Sicilia, dove il presidente Musumeci ha annunciato un’intesa con la Lombardia per potenziare il 118, i servizi di elisoccorso, e introdurre nuove tecniche di intervento – i sindacati Smi Snami e Fimmg EST costituiti in Intersindacale hanno chiesto un incontro con l’assessore Razza per stabilizzare in convenzione per l’Emergenza Urgenza territoriale 140 precari formati e dedicati da anni (su 480 circa complessivi) e garantire il turn-over, la creazione di un Dipartimento regionale Emergenza Urgenza, l’evitamento di sovrapposizioni con gli infermieri e l’adeguamento dell’indennità regionale in funzione delle attività aggiuntive. Infine, in Campania la consigliera M5s Valeria Ciarambino ha chiesto alla Regione di ripristinare il corso di emergenza-urgenza fermo sempre da 10 anni. «Non credo che le regioni non riconoscano il lavoro dei medici», dice Vito D’Angeloresponsabile nazionale Snami Emergenza 118. «Pensando che l’asse della gestione delle emergenze si vada spostando dall’ospedale al territorio, la politica crede di poter utilizzare infermieri meno costosi al posto dei medici, ma dimentica che è il medico a porre la diagnosi e impostare la terapia; e sul luogo di un trauma, di uno stroke, di un infarto, le nostre competenze sono indispensabili al pari di quelle dell’infermiere, la cui formazione è orientata diversamente, pretendere abbiano competenze da medici va a danno dell’assistenza al cittadino».

Chi è oggi il medico del 118?
«Una figura trascurata dalla politica. Come Snami ci battiamo per la sua definizione giuridica nella nuova convenzione, va scritto chi è e cosa deve fare. In passato si pensava che il transito dalla convenzione alla dipendenza risolvesse i problemi del 118. Come Snami non saremmo contrari, anche se dev’essere un transito graduale e volontario, in quanto non è facile mettere insieme i contributi ad Enpam con quelli che si verseranno ad Inps. Ma oggi le regioni non puntano più sui dipartimenti e vogliono sempre più medici convenzionati. Tuttavia, molte da anni non organizzano i corsi da 300 ore. Non che questi ultimi siano appetibili per tutti: se il medico non è in possesso del diploma di medicina generale triennale può aspirare a una convenzione solo a tempo determinato. Qui Snami ha preso una linea precisa: se un medico vuole avere in futuro delle scelte farà il corso triennale, ma se vuole lavorare nell’emergenza territoriale deve fare un corso ad hoc, magari più di 300 ore, a latere tuttavia delle sue 38 ore settimanali di lavoro nel 118. A fine corso potrà stabilizzarsi».

Il Ministero della Salute ha appena chiesto ai sindacati come rimediare alle carenze e quali armi usare per le stabilizzazioni…
«O la politica crede nell’emergenza territoriale, e allora troveremo una soluzione, o il mancato decollo si tradurrà in spreco, com’è avvenuto per i medici impiegati per filtrare i codici bianchi nei punti di primo intervento. Che da noi in Sicilia si chiamano presidi territoriali di emergenza e rischiano di implodere perché devono fare i conti con la legge Balduzzi e i suoi standard: ma chiudere questi presidi una volta allestiti, in una regione grande, significa dirottare le ambulanze di nuovo verso l’ospedale metropolitano: c’è il rischio di un grave spreco di risorse. Snami chiede standard omogenei e concretamente realizzabili, e una formazione comune per l’emergenza da Bolzano a Marsala. Solo con la ripresa dei corsi e modalità di accesso più razionali ed uniformi si potrà far decollare questa indispensabile branca dell’assistenza».

Mauro Miserendino

 

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